
Chi gestisce l’IT di una PMI sa che ogni scelta di piattaforma porta con sé un Total Cost of Ownership (TCO), ossia il costo totale di acquisto, fatto di licenze, supporto, formazione e rischio operativo. Voci non sempre previste in fase di acquisto ma che possono pesare sul bilancio degli anni successivi.
Quando quel TCO cresce in modo significativo senza che l’infrastruttura sia cambiata, vedi VMware dopo l’acquisizione da parte di Broadcom. Chi gestisce i sistemi si trova a dover scegliere tra giustificare un notevole rincaro dei prodotti o avviare una migrazione che richiede una valutazione tecnica importante. Questo articolo è pensato per chi, numeri alla mano, prima di decidere vuole capire bene a cosa va incontro.
Nel 2023 Broadcom ha completato l’acquisizione di VMware e ha ridisegnato l’intera struttura commerciale del prodotto. Le licenze perpetue sono state eliminate. Tutto è diventato subscription annuale obbligatoria, organizzata in bundle enterprise che includono delle funzionalità che la maggior parte delle PMI non usa e vSphere Essentials Plus, il pacchetto di riferimento per gli ambienti di piccole dimensioni, non esiste più.
Il nuovo modello conta le licenze per core fisico, con un minimo di 16 core per processore. In pratica, un server con una CPU a otto core viene fatturato come se ne avesse sedici, indipendentemente dal carico reale. Su hai tre host con due processori ciascuno, i core minimi fatturabili si moltiplicano in fretta.
Il risultato è stato immediato: aziende che pagavano tra i 5.000 e gli 8.000 euro l’anno si sono trovate con preventivi tra i 20.000 e gli 80.000 euro pur mantenendo la stessa infrastruttura.
Per rendere l’analisi concreta, prendiamo un caso rappresentativo: una PMI con tre host fisici, circa venti macchine virtuali, cluster ad alta disponibilità e backup integrato. Una configurazione molto diffusa tra le realtà manifatturiere e di servizi del tessuto produttivo italiano.
Nel 2026 con VMware vSphere Foundation, il bundle di ingresso è prezzato a 135 dollari per core all’anno, con un minimo di 16 core per processore. Su tre host con due CPU ciascuno, il minimo fatturabile è di 96 core. Aggiungendo backup e supporto enterprise, il totale annuo si colloca tra i 22.000 e i 34.000 euro, con un costo totale di acquisto sui cinque anni compreso tra 110.000 e 170.000 euro.
Con Proxmox VE, la subscription Basic costa 370 euro per socket. Sullo stesso parco macchine, il costo annuo di licensing è di 2.220 euro; aggiungendo Proxmox Backup Server ed una consulenza iniziale, il totale annuo si aggira tra i 3.000 e i 3.500 euro con un costo totale di acquisto nei cinque anni compreso tra 15.000 e 17.500 euro.
La differenza supera i 100.000 euro in cinque anni.
Il risparmio economico è evidente, ma una migrazione condotta senza una valutazione tecnica preliminare può trasformare un vantaggio in un problema operativo. Proxmox VE utilizza KVM, Kernel-based Virtual Machine, come hypervisor, lo stesso componente alla base della maggior parte delle piattaforme di virtualizzazione Linux moderne. Le macchine virtuali VMware ESXi girano in formato VMDK, VMware Disk, che può essere convertito in QCOW2, il formato nativo di Proxmox, oppure importato direttamente tramite lo strumento integrato qm importovf.
Il punto critico non è quasi mai la conversione dei dischi, ma la compatibilità applicativa. Alcune soluzioni gestionali verticali, diffuse nel contesto delle PMI italiane, hanno certificazioni specifiche per VMware e potrebbero non essere supportate ufficialmente su KVM. Prima di avviare qualsiasi attività, vale la pena effettuare le dovute verifiche che richiedono poco tempo e possono evitare sgradite sorprese a progetto avviato.
Lo stack di rete è l’altro ambito che richiede attenzione. Ambienti con NSX, la soluzione di virtualizzazione di rete VMware, o con segmentazioni VLAN articolate, devono essere ridisegnati in Proxmox seguendo un approccio architetturalmente diverso, ma equivalente nei risultati. Non è un impedimento, ma è un lavoro che va pianificato con anticipo. Stesso discorso per il backup: chi usa Veeam deve considerare che PBS ha un proprio paradigma di protezione dei dati basato su snapshot incrementali, e richiede una fase di configurazione e validazione prima di poter dismettere il sistema precedente.
C’è da dire he la curva di apprendimento di Proxmox è più bassa rispetto a vSphere con vCenter, l’interfaccia web è diretta e la documentazione è ben strutturata. Chi non ha mai gestito un ambiente Proxmox, però, ha bisogno di un periodo di affiancamento prima di operare in autonomia su un ambiente di produzione pertanto appoggiarsi ad un partner che conosce la piattaforma fa concretamente la differenza.
C’è una variabile che raramente entra nei calcoli TCO delle PMI italiane, ma che nel 2026 modifica in modo significativo il processo decisionale, ed è l’iperammortamento. La Legge di Bilancio 2026 ha infatti reintrodotto l’iperammortamento per i beni strumentali digitali, con una maggiorazione fino al 180% del costo sostenuto per beni interconnessi ai sistemi aziendali ed ai processi produttivi. I cluster server su cui viene installato Proxmox VE rientrano in questa categoria, così come le infrastrutture dedicate al backup e al disaster recovery.
In termini pratici, su un investimento hardware di 30.000 euro, il beneficio fiscale stimato si avvicina ai 12.000-13.000 euro, pari a circa il 43% dell’importo, ferme restando le condizioni specifiche applicabili alla singola azienda, che è sempre opportuno verificare con il proprio consulente fiscale. Sommato al risparmio sulle licenze software, questo elemento rende la migrazione a Proxmox una scelta ancora più vantaggiosa dal punto di vista economico
La pressione commerciale generata dall’aumento dei costi VMware ha spinto molte aziende a valutare la migrazione in tempi compressi, talvolta senza una pianificazione adeguata. Una migrazione affrettata, condotta senza una mappatura preliminare delle dipendenze applicative e senza un piano di rollback, espone l’azienda a rischi operativi che possono superare il costo del rinnovo della licenza VMware. Meglio prendersi il tempo che
La subscription Proxmox, pur non essendo obbligatoria, è la scelta corretta per un ambiente di produzione. L’accesso ai repository enterprise garantisce aggiornamenti testati e stabili ed il supporto ufficiale Proxmox rappresenta un livello di garanzia che la “versione community” del prodotto non può offrire. Una voce di costo di 370 euro per socket l’anno si giustifica facilmente in qualsiasi analisi costi-benefici.
Infine, la scelta del partner tecnico è forse la variabile più sottovalutata dell’intero processo. Non basta conoscere Proxmox, è necessario avere esperienza su entrambe le piattaforme. Sia per gestire la fase di transizione senza perdere continuità operativa e sia per supportare l’ambiente anche nelle settimane successive al go-live. Quando emergono le configurazioni residue che non erano state censite in fase di analisi.
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